Piazza Capelvenere: la festa dell’Unità

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Ora, si possono dire tante cose della festa dell’untità, meno che fosse noiosa, a quei tempi.

Infatti oltre agli ingredienti ben noti, tipo il palco, le bancarelle coi giochi e quelle coi dolci e la porchetta, il tutto a fare da teatro a continue lotte tra manganellomuniti e pallasegaturidi, andavano aggiunte alcune chicche esclusive, che potremmo accomunare nel grandi capitoli dei “giochi” e dei “giochi a sottoscrizione”.

Si, perchè la Festa dell’Unità era tutta volta raccogliere “sottoscrizioni”, che in prima battuta servivano a ripagare i soldi spesi per la festa stessa, poi a mettere da parte un pò di soldi per le “attività” da svolgere tutto l’anno, ma il grosso poi andava alla “federazione”, che aveva le cose serie da fare, tipo mandare il “compagno della federazione” ai congressi in giro per roma; non capivo bene cosa facessero tutto il resto dell’anno i vari “compagni della federazione”, che ero sicuro fossero più di uno perchè negli anni ne avevo visti diversi, ma certo ero sicuro che per arrivare così lontano fino ad Acilia fosse un gran viaggio, e siccome il compagno veniva sempre dopo le sette e mezza di mattina, il biglietto del treno era da 10 lire, non 5 lire come se lo prendevi prima,ecco a cosa servivano i soldi.

I giochi a sottoscrizione erano solitamente: la “grande lotteria comunista con premi ad estrazione” e il celeberrimo, entusiasmante, avvincente e sopratutto molto rumoroso “gioco del maialino”.

Il “gioco del maialino” è semplice: un porcellino d’india, anche detto “porchettodindia” e, probabilmente per motivi di spazio sul cartello di legno appeso sopra alla bancarella, semplificato in “maialino”, per tutta la mattina sta chiuso dentro la sua gabbia all’ombra, dentro alla sezione, perchè si inizia a giocare il pomeriggio. Durante tutto questo tempo noi gli si dava il tormento in tutti i modi, ovviamente di nascosto se si trovava il modo di entrare, poi ci scoprivano sempre e si prendeva un bel calcione in culo e via,a correre in piazzetta. Il maialino era del compagno del “gioco del maialino”, così io lo conoscevo, ma sicuramente aveva un nome come tutti, e noi ora lo chiameremo Giovanni per brevità.

Giovanni era piccoletto, molto cicciottello e storto, tutto il corpo era curvato e aveva una gamba piccola e storta da quella parte, così camminava sempre a fatica; aveva una voce molto forte, un vocione strano, che gracchiava un pò, ma comunque si sentiva sempre quando urlava, e questo è importantissimo per gestire bene tutto il gioco. Credo che il grande successo fosse da dividere a metà tra il maialino e Giovanni, erano tutti e due molto bravi.

Giovanni amava molto il suo maialino, lo portava sempre all’ombra, quando non lavorava per il gioco, e anche durante le faticose ore del pomeriggio c’era sempre acqua nella sua gabbietta. Il maialino aveva uno strano odore, che io conoscevo bene perchè il porchettodindia ce lo aveva anche zio Franco, che ne teneva più di uno sempre in gabbia, maschi e femmine, e gli voleva tanto bene anche lui, ma poi se li mangiava.

La bancarella del “gioco del maialino” (che quando divenni più grande e cominciai anche io a lavorare durante la Festa dell’Unità avremmo chiamato “stend” pronuncia di “stand”, quindi “stend del gioco del maialino”), era costruita con un cerchio di ballette di fieno, a un certo punto del cerchio la gabbietta del maialino con il lato corto verso l’interno del cerchio stesso, e al centro del cerchio un altro cerchio di casette di legno compensato con la porticina aperta e un numero scritto sopra, e infine, al centro esatto, uno spazio vuoto piccolo come due volte il maialino.

Il gioco consisteva in Giovanni che decideva quale è “il premio di questo giro”, a volte due biglietti della lotteria della Festa, a volte un buono per una birretta al baretto della sezione, e via via su di valore, fino a cose molto preziose come un buono per ritirare una caciotta misto pecora offerta dal “forno Lana” o anche una “spalletta di prosciutto” non si sa bene da dove venisse ma era lì e tanti giravano attorno alla bancarella aspettando il “giro del prosciutto”. Stabilito il premio, Giovanni stabiliva il costo di ciascun biglietto con sopra un numero che era uguale a una delle casette che stavano al centro del cerchio; Giovanni cominciava così a vendere i biglietti urlando ogni tanto che ce ne erano ancora, e non si poteva cominciare il giro finchè non erano stati venduti tutti i biglietti, o quasi tutti quando proprio la gente non ne voleva sapere.

Giovanni insisteva molto con il suo vocione, a volte quando la gente comprava troppo lentamente i biglietti si arrabbiava e minacciava di andare via, che tanto nessuno voleva sottoscrivere per l’ Unità, e allora se erano tutti fascisti lui se ne andava; e qualche volta sospendeva tutto e se ne andava davvero, arrabbiato, a bere una birretta e lasciava il maialino spaesato nella gabbietta, perchè lui lo sapeva che se si allontanava Giovanni noi ricomnciavamo a dargli il tormento con le dita, con i rametti, e qualcuno gli tirava pure le toppe di terra, a volte, ma questo era veramente raro e non sono mai stato d’accordo, perchè in genere tutti volevamo bene al maialino, tranne quello stronzo di Ciorbe che gli tirava di tutto.

Quando i biglietti venduti erano, secondo Giovanni, sufficenti per proseguire, lui borbottando andava verso la gabbietta, e dall’esterno alle balle di fieno, tutti si spingevano per stare in prima fila e cominciavano a urlare contro il povero maialino, e Giovanni ripeteva che non bisognava strillare troppo, ma nessuno lo sentiva, ovviamente. Quando poi Giovanni apriva la gabbietta, era l’apoteosi: urla, schiocchi, fischi, e il maialino era terrorizzato.

E’ incredibile: anni di lavoro duro, generazioni di maialini che si sono succedute (di preciso non so davvero quante siano state, il maialino sembrava sempre lo stesso, ma non posso credere sia davvero vissuto tutti quegli anni), e lui lo sapeva che appena la gabbia si apriva tutti urlavano come matti, ma ogni volta non se lo aspettava e rimaneva lunghi attimi sgomento, acquattandosi e a volte stringendosi con il muso in un angolo della gabbia. A volte mi faceva pena, ma a volte lo guardavo esasperato, “non puoi rimanerci sempre male, dai!!!”.

Comunque, o spontaneamente, oppure aiutato da Giovanni (un paio di volte ho scoperto Ciorbe da lontano che gli sparava un sassolino colla mazzafionda), il maialino si decideva a fare le cose per bene, prendeva coraggio e usciva, sempre sotto un diluvio di urla fischi e botti, dalla gabbia, che veniva subito prontamente richiusa da Giovanni, causando nuovamente un attimo di sgomento nel maialino che si vedeva immediatamente senza possibilità di ritorno.

A quel punto, almeno a me sembrava così, il maialino alzava lo sguardo per vedere che numero di casetta aveva davanti, e ragionava sul da farsi, rimaneva per un lungo momento a pensarci sopra e poi… Ecco, accadeva ogni volta una cosa strana, lui sentiva che era il momento, raccoglieva tutte le sue forze, socchiudeva gli occhi, faceva un respiro profondo e poi… si lanciava trotterellando verso il centro.

O forse io volevo credere questo, e magari lui era solo spinto dalla paura e dal bisogno di trovare un riparo, che si sentiva veramente perso li in mezzo a quella bolgia.

Ma a quel punto, a seconda di che numero avevi, dovevi fare in modo che lui non andasse verso la casetta sbagliata, per cui le urla e i rumori diventavano ancora più molesti, spaventosi e inattesi (dal maialino), che viveva un grande momento di terrore ogni volta che si avvicinava, sempre trotterellando, a una casetta, a volte girando in tondo, provando a tornare indietro, fermandosi terrorizzato, il tutto sempre sotto il martellante ossessivo rito delle urla dei compratori di biglietto.

Poi, ogni volta per qualche strano motivo, imboccava una porticina, e chi aveva quel numero aveva vinto il primo e unico premio di ogni giro.

Il maialino, superato l’ingresso, si ritrovava nel cerchio centrale, esposto nuovamente alle urla gioiose di chi aveva vinto, ma sopratutto ai vaffanculo di tutti gli altri. Giovanni correva (per modo di dire, tra tutti e due lui e il maialino non so chi fosse più lento e impacciato, anche se tutti e due avevano il loro personali e rispettabilissimi motivi per questo) e afferrava il porchettodindia, lo riportava nella sua gabbia e si assicurava che avesse abbastanza acqua da bere, poi consegnava il premio al vincitore e a volte copriva la gabbietta con un panno per dare all’eroico maialino un attimo di tregua e di privacy; giusto fino al prossimo giro.

Il caos insito nel gioco del maialino lo poneva inevitabilmente al centro di tutta l’organizzazione della festa; di fatto qualsiasi cosa si dovesse svolgere sul palco, concertino o dibattito o annuncio che bisognava comprare i biglietti della lotteria, comportava che il gioco del maialino fosse sospeso, altrimenti onestamente nessuno si sarebbe interessato ad altro, e quindi il compagno Giovanni ogni tanto veniva raggiunto da qualche altro compagno dell’organizzazione che lo avvertiva, e lui, sinceramente seccato, concludeva il giro in corso e annunciava la pausa.

Credo che in Piazza Capelvenere, in ogni caso, il gioco del maialino provvedesse a quasi tutta la sottoscrizione che si raccoglieva nei tre lunghi giorni della festa.

L’altra parte importante della sottoscrizione proveniva dalla “Lotteria”; nei primissimi anni mi ricordo che i premi finali erano veramente molto ambiti, visto che prosciutti, formaggi, vino, buoni per la spesa, tutti offerti gentilmente dalla ditta “forno Lana”, erano veramente una cuccagna per molti, diciamo tutti gli abitanti adulti delle casette, ovvero quelli che con qualche sacrificio potevano comprare un biglietto, a volte due, della Lotteria.

Nel tempo, qualche anno dopo, la Festa dell’Unità della sezione di Acilia diventò via via leggermente più ricca di tutto: di eventi, di giochi, di bancarelle e di premi della Lotteria, seguendo di pari passo la contemporanea e strettamente connessa leggera crescita economica di tutto il quartiere; un anno addirittura il primo premio fu un quadro preziosissimo di un compagno pittore di Acilia, autografato e autenticato, e il secondo premio un motorino 50cc della Atala, detto ”Atala 50”, in un altro anno ricordo come primo premio un viaggio per due compagni sposati a Mosca per sette giorni, che meriterebbe un racconto a parte.

Ma in quegli anni il cibo era la vera cuccagna, e contribuiva non poco al successo della lotteria. Tutto era più piccolo, non solo io e gli altri ragazzini delle casette, ma anche i sogni, le aspirazioni, e bastava veramente poco, rispetto a quello a cui si abituarono negli anni a seguire i frequentatori di Feste dell’ Unità, per passare qualche giornata speciale ogni anno.

Sul palco passavano, durante i tre giorni che andavano da un venerdì sera di apertura alla domenica sera di chiusura, in ordine via via crescente di importanza e in un crescendo finemente organizzato: compagni grandi suonatori di fisarmonica, proiezione dei grandi film della gloriosa stagione del verismo italiano, proiezione di grandi film e documentari della gloriosa cinematografia comunista italiana, proiezione di grandi film e documentari della gloriosa cinematografia comunista intenazionale, compagni grandi oratori che approfondivano i temi più attuali della politica, concerto finale di Liscio Romagnolo con la partecipazione straordinaria di qualcuno che aveva una qualche parentela con i Casadei.

Noi eravamo i veri protagonisti della piazzetta in quelle giornate, che erano una pausa in una estate di domeniche sulla spiaggia libera di Ostia, a volte, ma sopratutto di lunghe giornate passate in spazi meno sicuri: le strade aperte al traffico, i cantieri pieni di insidie anche lungo la strada di casa, le marane i fossi le pozze, i cunicoli e le torrette abbandonate dalla seconda guerra mondiale, pericolosi scavi e smottamenti di terra dove organizzare lunghe e sanguinose sassaiole… tutti posti pericolosi e per questo estremamente divertenti dove passavamo, mettendola in gioco allegramente ogni giorno, la nostra vita, tra una Festa dell’Unità e l’altra.

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