Piazza Capelvenere: la Festa del primo Maggio

PrimoMaggio

Maggio era un mese particolare, perchè per quelli che dovevano ancora fare la Prima Comunione e andavano al catechismo era il Mese Mariano, che poi seppi significare che era consacrato alla madonna; il mese dei gigli, e soprattutto il mese in cui in classe la suora ti portava il santino della madonna medesima con ai due lati i giorni del mese di maggio, che quando andavi la mattina alla messa delle sette e mezza il prete all’uscita ti bucava il giorno con quella pinza come quelle dei controllori della stefer, che alla stazione bucavano il biglietto che “sennò quando ti controllano a Piramide e non lo hai bucato sono guai”, diceva mia madre in tono estremamente grave e convincente, che ancora oggi controllo sempre istintivamente qualsiasi biglietto che abbia in tasca almeno due volte durante qualsiasi viaggio.

Con la tessera bucata in tutti i giorni di maggio, a giugno si poteva andare in gita con la parrocchia al divinamore, gratis.

Io una volta sono andato a messa tutti i giorni, tranne il primo che mi ero dimenticato per i motivi che ora vedremo, e quindi il prete mi aveva bucato tutti i giorni tranne il primo maggio, e quando alla fine ho presentato la tessera in sagrestia per andare alla gita non mi hanno iscritto, e io ho pensato ma allora perchè non me lo hai detto dal due di maggio che non potevo andare alla gita? A che era servito andare altri 30 giorni a messa alle sette e mezza? Ma dimmi tu! E non ho più fatto la raccolta dei buchi per il mese mariano, e ho covato per molto tempo un gran risentimento per il prete, la suora e in parte anche per la madonna. Anche perchè, diciamoci la verità, il primo era il giorno della “Festa dei Lavoratori”, che era una festa bellissima e di tutti i lavoratori, mentre la madonna aveva altri 30 giorni tutti per lei, potevamo accontentarci tutti e sarebbe stato equo, credo. E invece no, niente gita e allora niente più altri mesi mariani.

Ma la chiesa e la madonna erano lontani,erano per pochi, erano di Acilia Vecchia, mentre la ”Festa del Primo Maggio” era di Acilia, delle casette e della piazzetta, vicina e popolare.

Le intere giornate del 29 e del 30 aprile erano una festa per noi bambini: potevi stare ore ed ore a guardare i compagni che in piazzetta montavano le bancarellle e sopratutto il palco, molto comodo per nascondersi sotto e giocare a nascondino, buzzico rampichino, e in alcuni rari casi con le femmine che facevano che era casa e qualcuno andava a lavorare e tornava ogni tanto mentre loro erano indaffarate con le bambole che avevano problemi di ogni tipo. Poi i compagni si rompevano le palle di tutti i ragazzini che stavano dappertutto e ti cacciavano via, ma dopo un po che stavi addosso alle bancarelle preferivano che tornavi sotto al palco, e il gioco non finiva mai; anzi finiva quando arrivava la corrente sul palco e allora mettevano le coperture su tutti i lati e non si poteva più andare sotto, e allora sapevi che stava per arrivare il 30 a sera, il grande momento della vigilia.

Come spesso accade, il giorno prima di qualcosa di importante è ancora più bello ed eccitante. Con mamma e a volte anche con papà andavamo dopo cena a fare due passi per “vedere che cosa hanno preparato” in piazzetta, e potevamo vedere in realtà le solite cose, ma sopratutto una atmosfera di attesa, di evento, e la cosa fantastica era che alcuni compagni, credo tutti quelli della sezione in realtà, avrebbero passato la notte all’aperto, a fare il turno di sorveglianza per evitare che “quelli” venissero a fare danni, così per dispetto contro la causa dei lavoratori. Questa cosa sembrava pericolosa, e quindi era divertentissima, e io ho sognato per anni di andare a fare prima o poi il “serviziodordine”, mi faceva sentire importante, fiero, forte e difensore di tutti i lavoratori, del palco, della sezione e della piazzetta.

Poi arrivava il giorno del primo di maggio, e nessuno poteva tenere me e tutti i ragazzini delle casette pater (ma alcuni anche di Acilia Vecchia per la verità), che con ogni scusa e maniera, dalla dichiarazione ufficiale “a mà vado in piazzetta”, alle scuse e destinazioni di copertura più svariate (”arrivo al lampione a giocà a giornaletti”, “vado da nonna e torno subito”) alle offerte di servizi vari che comportassero l’allontanarsi da casa per qualsiasi motivo (”vado a prende il pane da tosoni? Il macinato dar macellaro? Il latte ar baretto? La frutta da gordini?”), insomma cercavano in qualsiasi modo di andare e tornare in piazzetta fin dalla mattina, perchè poi era scontato che il pomeriggio e fino all’ora di cena si stazionava in piazzetta, senza sosta e senza scuse che a quel punto non servivano più, data l’alta ufficialità dell’evento.

Lo spettacolo offerto dalla piazzetta era ineccepibile: il palco che aveva alle spalle la porta della sezione che fungeva anche da camerino e deposito per tutto quello che circolava sul palco: microfoni,bandiere, sedie, strumenti, cavi; dietro al palco, sistemato solo la mattina presto, il grande striscione “Festa dei Lavoratori” e sotto “Primo Maggio” e poi l’anno che cambiava ogni anno e di lato grande grande il simbolo del PCI e vicino “Sezione di Acilia Lido Duranti”: c’era tutto, il concetto, l’appartenenza, il giorno e sopratutto questo sfondo azzurro che da qualsiasi punto della piazzetta campeggiava solenne.

Sul lato presunto verde della piazza, sotto agli alberi, le bancarelle, che erano la attrazione principale prima dell’evento del pomeriggio che sarebbe stato sul palco, ma in realtà rimanevano, per noi ragazzini, l’attrazione principale anche durante questo maestoso evento del pomeriggio.

Le bancarelle erano quasi tutte di giocattoli, ed ecco spiegato tutto il movimento durante tutto il giorno; c’erano anche la bancarella della porchetta, quella del croccante e dello zucchero filato e le caramelle a forma di bastone e dei lacci di ligurizia, ma tutte le altre tre o quattro erano di giocattoli.

Ora bisogna dire che la maggior parte di quei giocattoli erano costosissimi per noi delle casette, e sopratutto per noi ragazzini che se non compravamo i pescetti di liquirizia con il resto della spesa ma lo mettevamo diligentemente da parte con il taciuto e nascosto assenso di mamme varie (quando possibile, in realtà di norma si usciva con i cosidetti “soldi contati” accartocciati stretti nella mano da rovesciare alla cassa, oppure si veniva regolarmente ispezionati per i pochi centesimi inguattati in reconditi angoli delle tasche),potevamo ambire a ben poca cosa, detratto un pezzetto di costosissimo croccante.

In pratica escludendo il camioncino di legno, la gru di plastica, i mitici e inarrivabili Plastic City, il lussuoso e favoloso Meccano, il pallone di cuoio, la spada di latta, la pistola con la fodera da cow boy, il cappello da cow boy, le bambole di varie dimensioni, i servizi di piattini di plastica con coltellini cucchiaini e forchettine, escluso tutto questo rimanevano solo: la girandola, i palloncini gonfiati con l’elio, il manganello di plastica, il pallone di plastica e la mitica palla di segatura con l’elastico.

I palloncini erano confinati agli under 6, il pallone di plastica era inutile in una piazza piena dove non si poteva ucciderci cercando di fare goal in improbabili porte, per cui la strada era segnata.

Il manganello di plastica, innocuo all’aquisto, veniva poi sapientemente riempito di terra, diventando un’arma micidiale, ma la palla di segatura con l’elastico era già di per se una arma pronta, altrettanto micidiale e implacabile nelle mani giuste, data la possibilità di colpire a distanza grazie all’elastico che fungeva anche da dispositivo di richiamo della palla stessa una volta sferrato il colpo.

E gran parte della giornata passava in lotte micidiali fra bande di energumeni dotati di manganello modificato e più agili e scattanti guerrieri muniti di palla di segatura con l’elastico. Questa ultima, come tutte le armi sofisticate, a volte soffriva di un difetto intrinseco, dovuto alla delicatezza dell’attacco dell’elastico alla stoffa della palla stessa, che poteva cedere sul più bello, mettendoti nella delicata situazione di dover gestire una riparazione di emergenza mentre subivi i micidiali colpi di manganello riempito di terra che ti facevano soffrire e perdere mano a mano di lucidità. Ma poi, appena riparata la palla, risorgevi con tutti i tuoi bozzi (una volta ho perso un po di sangue da un’orecchia per le botte) e allora gli infingardi ciccioni manganelloditerra muniti fuggivano, inutilmente, mentre tu inseguendoli li colpivi ripetutamente con pallate micidiali sulla schiena, la nuca i lombi, dovunque potessi colpirli, correndo, nella loro figura posteriore in fuga vigliacca.

Ovviamente i compagni del serviziodordine avevano la loro parte nel tutto, e ogni tanto qualche sganassone tentava di riportare l’ordine, o perlomeno cercava di diminuire il chiasso,anche se a volte le nostre fughe costringevano i compagni più giovani a correrci dietro, di fatto aumentando la confusione e il rumore.

Ma la piazzetta aveva una discreta capienza, e bastava spostarsi alla sua periferia per menarsele senza troppi problemi, a parte quelli insiti nella guerra.

Ed era da li, dai bordi della piazzetta, che a un certo punto, stanchi e feriti, sudati come bestie e sporchi di terra, ci si fermava tutti quando all’improvviso la musichetta con i canti eroici della rivoluzione, della resistenza, delle lotte del sindacato e dei lavoratori, venivano interrotte dal segretario della sezione che annunciava l’evento del pomeriggio.

L’evento del pomeriggio non era quasi mai una cosa clamorosa, consisteva in un concerto il più delle volte. E quasi sempre era un concerto di musica romagnola, che determinava l’allontanamento dal centro della piazza di tutti gli indecisi, per far posto a quelli che ballavano, che in quei miei primi anni di esperienza erano la maggior parte. Quell’annuncio, da qualche parte, cominciava a portare nel cuore dei ragazzini una ventata di malinconia, perchè la piazzetta veniva a quel punto consegnata ai grandi, si andava verso sera e tutto stava per compiersi.

Fortunatamente l’annuncio comportava irrimediabilmente anche l’avvertimento che l’evento tanto atteso (da loro) sarebbe stato preceduto dal comizio con dibattito, che ci dava ancora un paio d’ore di zona franca. E noi ragazzini, strappavamo alla piazzetta ancora un paio d’ore di autonomia, lotte, corse, caos, vita, urla, botte, allegria innocente.

L’evento segnava il ricongiungimento tra famiglie, con noi stanchi morti a corredo di adulti che godevano il loro momento di gloria tra valzer, polke, mazurke irrimediabilmente di periferia; la sera si snocciolava poi tra un panino con la porchetta e un bicchiere di vino annacquato, se andava bene, o a casa con la pasta avanzata dal pranzo riscladata in padella, leccornia proletaria e preludio al meritato riposo dei guerrieri della “Festa del Primo Maggio”.

Ma prima di questo, abbandonando la piazzetta per il viaggio di cinque minuti a piedi che mi separava da casetta, guardavo i “compagni della sezione” già al lavoro per smontare tutto, operosi e instancabili, e mi chiedevo cosa fossero loro, visto che lavoravano durante la festa dei lavoratori, e non riuscivo a darmi una risposta coerente.

C’era un senso di dispiacere che fosse già tutto finito.

Ma il giorno dopo iniziava un’altra attesa, quella che portava verso l’evento più eccezionale dell’estate, l’ultimo della triade della piazzetta di ogni anno.

Se la “Festa del primo Maggio” era la prima festa, attesa perchè arrivava dopo un lungo inverno, quella che si preparava per l’estate era la Festa delle Feste, perchè durava almeno tre giorni: era la mitica “Festa dell’ Unità della Sezione di Acilia”.

 

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