Il Domani che aggiusta tutto

Questo è l’inizio di uno dei capitoli del libro che sto scrivendo.

L’intero libro parla della storia che potrebbe essere di mia madre, e infatti lo è. Anzi lo è stata: poco più di due anni fa ha terminato, almeno per ora, la sua storia in questo pianeta.

Ma non è terminata la mia storia, non ancora, e io sono anche una parte di Lei, quella parte che mi ha lasciato dentro, nel bene e nel male.

Sto scrivendo questo libretto con molto amore e con molta fatica, che non sono uno Scrittore.

Ma sono un Figlio, il figlio di Teresa, che amava la sua storia sofferta, che amava raccontarla, come io oggi amo lei e la sua storia, che spesso è la mia. 

In questo capitolo si parla di un Sogno, piccolo ingenuo e romantico, e di una lotta tra il sogno di una vita e una vita che sembra senza speranze. 

TeresaOggiDomani

Roma, Settembre 1939

Il domani che aggiusta tutto, non arrivò tanto presto.

Arrivò prima il domani uguale a tutti i giorni; il domani che bisogna spettare stasera per sapere qualcosa, hai visto mai qualcuno passa con un messaggio, papà si lascia sfuggire qualcosa a mezza bocca, mamma che dice qualcosa alle gemelle…ma niente.

O il domani che domani è venerdì, allora guardi fuori dalla finestra, che passa lui, o perlomeno qualcuno che sa qualcosa, che viene a dirmi che passerà più tardi, o domani! E il domani diventa Sabato mattina, e mentre pulisci e smerdi il gallinaro, lavi I panni alla bagnarola di zinco, fai da mangiare, lavi le pentole, pulisci casa, raccogli I panni, giusto il tempo che il domani diventa Domenica, e accade tutto come fosse il Sabato o il venerdì, e poi arriva la sera della Domenica e il domani diventa lunedì e così via…

Sai, una vita a volte non ha nemmeno il tempo di svolgersi, e già è passata attraverso mille sogni: io volevo fare la crocerossina!

Quello era il mio sogno più grande, e mi vedevo con la cuffietta in testa, il giacchettino di lana azzurro sopra il camice bianchissimo, e le scarpe bianche perfettamente pulite, girare per le corsie dove I malati mi salutavano ed erano felici che passava Teresina. Era un sogno semplice, niente altro, ma anche a 16 anni mi guardavo attorno e vedevo quella miseria, e soprattutto nessuno che pensava “adesso passa Teresina,quanto è brava”, nemmeno mia madre, figuriamoci mio padre, e che ti aspetti dal resto della famiglia.

Ero un’ombra, era un caso strano che ci fossi, era tutto dovuto, era un dovere essere li a fare tutto quello che mi toccava fare, da mattina a sera, senza speranza, manco studiare valeva la pena per me, le gemelle erano ignoranti come la cacca, quindi io ero uguale secondo loro, nessuno si chiedeva se fossi diversa; un’ombra non fa nemmeno ombra, chi la vede?

La vita sembrava fosse una cosa obbligata, nasci e già tutto è deciso, senza sorprese.

Anche mamma, che cosa era viva a fare? Per fare figli, e per essere moglie a un uomo. E Papà che era vivo a fare? Per lavorare, sempre poco che c’era la crisi, e per bere, sempre molto che c’era tempo per il vino, anche solo per quello.

Non avevano nulla, e non avevano nulla da dare, solo rabbia, e quella ne davano tanta in giro, gratis. Sopratutto non avevano speranza, e ti toglievano la tua speranza a ogni respiro. Se facevi una domanda, era già una domanda di troppo; se tutto è inutile, qualsiasi cosa tu sogni, o semplicemente vorresti fare, è una cosa inutile.

E se proprio hai un qualcosa dentro, una convinzione, sei addirittura sfrontata, dai fastidio; essere vivi, avere una speranza, è impossibile in un mondo senza vita, senza speranze, dove non ci si chiede mai perchè sei lì, che senso ha arrivare a domani, a qualsiasi domani.

Il domani che arriva è solo un altro domani che ti separa da un qualcosa che non ha senso e che arriverà prima o poi, ma non è nulla di buono; non è un domani, è la fine di tutto.

E allora gli sguardi si spengono, l’intelligenza che è pericolosa viene scacciata, o fugge via da sola se sei più fortunata. Mi guardavo intorno mentre mi addormentavo ogni sera, e vedevo mia madre che piegava I panni, le mie sorelle che si pettinavano prima di mettersi a letto, I più piccoli che dormivano…nessuno aspettava nulla, tutti facevano quello che andava fatto, nulla di importante, e niente più.

Io avevo un sogno, piccolo piccolo, ma in mezzo a quel deserto era una cosa enorme, e un dolore enorme perchè non capivo proprio come avrei mai potuto raggiungerlo.

Lo sguardo di mamma diceva “quando cresci poi ti accorgi”, era una minaccia silenziosa la sua rassegnazione.

Lo sguardo di mio padre, liquido e rincoglionito, diceva “non ti azzardare a fare qualcosa di diverso, qui sei nata e qui devi stare finchè…” e il resto manco aveva un senso.

Lo sguardo delle mie sorelle, se e quando avevano un pensiero, diceva “non ti azzardare a fare qualcosa, qualsiasi cosa; prima tocca a noi”.

E io, con chi potevo parlare del mio sogno? Con chi potevo parlare che non mi azzittisse, che ascoltasse?

Io avevo un sogno, piccolo piccolo, ma lì, in quella casa non potevo proprio fare nulla; avere un sogno non basta, ero nata lì e non c’era nulla da fare, o meglio: quello era tutto quello che c’era da fare.

Ecco: Quinto mi sembrava qualcosa che non avrei mai sperato, e aspettavo di rivederlo perchè mi sembrava una cosa possibile, un qualcosa che sapeva di vita, qualcosa che mi poteva accadere e che non fosse solo una bronchite, o solamente spezzarsi la schiena e poi mettersi a dormire, o solo un domani che non sai più che giorno sia… tutto sommato era un altro sogno, ma non era una cosa solo nella mia testa.

Avevamo ballato assieme, sapevo che era vero, che esisteva e che sapeva dove ero. Questa era veramente una cosa importantissima: sapeva che c’ero, sapeva chi ero, ero sicura che si ricordasse di me!

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