Piazza Capelvenere: la festa dell’Unità

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Ora, si possono dire tante cose della festa dell’untità, meno che fosse noiosa, a quei tempi.

Infatti oltre agli ingredienti ben noti, tipo il palco, le bancarelle coi giochi e quelle coi dolci e la porchetta, il tutto a fare da teatro a continue lotte tra manganellomuniti e pallasegaturidi, andavano aggiunte alcune chicche esclusive, che potremmo accomunare nel grandi capitoli dei “giochi” e dei “giochi a sottoscrizione”.

Si, perchè la Festa dell’Unità era tutta volta raccogliere “sottoscrizioni”, che in prima battuta servivano a ripagare i soldi spesi per la festa stessa, poi a mettere da parte un pò di soldi per le “attività” da svolgere tutto l’anno, ma il grosso poi andava alla “federazione”, che aveva le cose serie da fare, tipo mandare il “compagno della federazione” ai congressi in giro per roma; non capivo bene cosa facessero tutto il resto dell’anno i vari “compagni della federazione”, che ero sicuro fossero più di uno perchè negli anni ne avevo visti diversi, ma certo ero sicuro che per arrivare così lontano fino ad Acilia fosse un gran viaggio, e siccome il compagno veniva sempre dopo le sette e mezza di mattina, il biglietto del treno era da 10 lire, non 5 lire come se lo prendevi prima,ecco a cosa servivano i soldi.

I giochi a sottoscrizione erano solitamente: la “grande lotteria comunista con premi ad estrazione” e il celeberrimo, entusiasmante, avvincente e sopratutto molto rumoroso “gioco del maialino”.

Il “gioco del maialino” è semplice: un porcellino d’india, anche detto “porchettodindia” e, probabilmente per motivi di spazio sul cartello di legno appeso sopra alla bancarella, semplificato in “maialino”, per tutta la mattina sta chiuso dentro la sua gabbia all’ombra, dentro alla sezione, perchè si inizia a giocare il pomeriggio. Durante tutto questo tempo noi gli si dava il tormento in tutti i modi, ovviamente di nascosto se si trovava il modo di entrare, poi ci scoprivano sempre e si prendeva un bel calcione in culo e via,a correre in piazzetta. Il maialino era del compagno del “gioco del maialino”, così io lo conoscevo, ma sicuramente aveva un nome come tutti, e noi ora lo chiameremo Giovanni per brevità.

Giovanni era piccoletto, molto cicciottello e storto, tutto il corpo era curvato e aveva una gamba piccola e storta da quella parte, così camminava sempre a fatica; aveva una voce molto forte, un vocione strano, che gracchiava un pò, ma comunque si sentiva sempre quando urlava, e questo è importantissimo per gestire bene tutto il gioco. Credo che il grande successo fosse da dividere a metà tra il maialino e Giovanni, erano tutti e due molto bravi.

Giovanni amava molto il suo maialino, lo portava sempre all’ombra, quando non lavorava per il gioco, e anche durante le faticose ore del pomeriggio c’era sempre acqua nella sua gabbietta. Il maialino aveva uno strano odore, che io conoscevo bene perchè il porchettodindia ce lo aveva anche zio Franco, che ne teneva più di uno sempre in gabbia, maschi e femmine, e gli voleva tanto bene anche lui, ma poi se li mangiava.

La bancarella del “gioco del maialino” (che quando divenni più grande e cominciai anche io a lavorare durante la Festa dell’Unità avremmo chiamato “stend” pronuncia di “stand”, quindi “stend del gioco del maialino”), era costruita con un cerchio di ballette di fieno, a un certo punto del cerchio la gabbietta del maialino con il lato corto verso l’interno del cerchio stesso, e al centro del cerchio un altro cerchio di casette di legno compensato con la porticina aperta e un numero scritto sopra, e infine, al centro esatto, uno spazio vuoto piccolo come due volte il maialino.

Il gioco consisteva in Giovanni che decideva quale è “il premio di questo giro”, a volte due biglietti della lotteria della Festa, a volte un buono per una birretta al baretto della sezione, e via via su di valore, fino a cose molto preziose come un buono per ritirare una caciotta misto pecora offerta dal “forno Lana” o anche una “spalletta di prosciutto” non si sa bene da dove venisse ma era lì e tanti giravano attorno alla bancarella aspettando il “giro del prosciutto”. Stabilito il premio, Giovanni stabiliva il costo di ciascun biglietto con sopra un numero che era uguale a una delle casette che stavano al centro del cerchio; Giovanni cominciava così a vendere i biglietti urlando ogni tanto che ce ne erano ancora, e non si poteva cominciare il giro finchè non erano stati venduti tutti i biglietti, o quasi tutti quando proprio la gente non ne voleva sapere.

Giovanni insisteva molto con il suo vocione, a volte quando la gente comprava troppo lentamente i biglietti si arrabbiava e minacciava di andare via, che tanto nessuno voleva sottoscrivere per l’ Unità, e allora se erano tutti fascisti lui se ne andava; e qualche volta sospendeva tutto e se ne andava davvero, arrabbiato, a bere una birretta e lasciava il maialino spaesato nella gabbietta, perchè lui lo sapeva che se si allontanava Giovanni noi ricomnciavamo a dargli il tormento con le dita, con i rametti, e qualcuno gli tirava pure le toppe di terra, a volte, ma questo era veramente raro e non sono mai stato d’accordo, perchè in genere tutti volevamo bene al maialino, tranne quello stronzo di Ciorbe che gli tirava di tutto.

Quando i biglietti venduti erano, secondo Giovanni, sufficenti per proseguire, lui borbottando andava verso la gabbietta, e dall’esterno alle balle di fieno, tutti si spingevano per stare in prima fila e cominciavano a urlare contro il povero maialino, e Giovanni ripeteva che non bisognava strillare troppo, ma nessuno lo sentiva, ovviamente. Quando poi Giovanni apriva la gabbietta, era l’apoteosi: urla, schiocchi, fischi, e il maialino era terrorizzato.

E’ incredibile: anni di lavoro duro, generazioni di maialini che si sono succedute (di preciso non so davvero quante siano state, il maialino sembrava sempre lo stesso, ma non posso credere sia davvero vissuto tutti quegli anni), e lui lo sapeva che appena la gabbia si apriva tutti urlavano come matti, ma ogni volta non se lo aspettava e rimaneva lunghi attimi sgomento, acquattandosi e a volte stringendosi con il muso in un angolo della gabbia. A volte mi faceva pena, ma a volte lo guardavo esasperato, “non puoi rimanerci sempre male, dai!!!”.

Comunque, o spontaneamente, oppure aiutato da Giovanni (un paio di volte ho scoperto Ciorbe da lontano che gli sparava un sassolino colla mazzafionda), il maialino si decideva a fare le cose per bene, prendeva coraggio e usciva, sempre sotto un diluvio di urla fischi e botti, dalla gabbia, che veniva subito prontamente richiusa da Giovanni, causando nuovamente un attimo di sgomento nel maialino che si vedeva immediatamente senza possibilità di ritorno.

A quel punto, almeno a me sembrava così, il maialino alzava lo sguardo per vedere che numero di casetta aveva davanti, e ragionava sul da farsi, rimaneva per un lungo momento a pensarci sopra e poi… Ecco, accadeva ogni volta una cosa strana, lui sentiva che era il momento, raccoglieva tutte le sue forze, socchiudeva gli occhi, faceva un respiro profondo e poi… si lanciava trotterellando verso il centro.

O forse io volevo credere questo, e magari lui era solo spinto dalla paura e dal bisogno di trovare un riparo, che si sentiva veramente perso li in mezzo a quella bolgia.

Ma a quel punto, a seconda di che numero avevi, dovevi fare in modo che lui non andasse verso la casetta sbagliata, per cui le urla e i rumori diventavano ancora più molesti, spaventosi e inattesi (dal maialino), che viveva un grande momento di terrore ogni volta che si avvicinava, sempre trotterellando, a una casetta, a volte girando in tondo, provando a tornare indietro, fermandosi terrorizzato, il tutto sempre sotto il martellante ossessivo rito delle urla dei compratori di biglietto.

Poi, ogni volta per qualche strano motivo, imboccava una porticina, e chi aveva quel numero aveva vinto il primo e unico premio di ogni giro.

Il maialino, superato l’ingresso, si ritrovava nel cerchio centrale, esposto nuovamente alle urla gioiose di chi aveva vinto, ma sopratutto ai vaffanculo di tutti gli altri. Giovanni correva (per modo di dire, tra tutti e due lui e il maialino non so chi fosse più lento e impacciato, anche se tutti e due avevano il loro personali e rispettabilissimi motivi per questo) e afferrava il porchettodindia, lo riportava nella sua gabbia e si assicurava che avesse abbastanza acqua da bere, poi consegnava il premio al vincitore e a volte copriva la gabbietta con un panno per dare all’eroico maialino un attimo di tregua e di privacy; giusto fino al prossimo giro.

Il caos insito nel gioco del maialino lo poneva inevitabilmente al centro di tutta l’organizzazione della festa; di fatto qualsiasi cosa si dovesse svolgere sul palco, concertino o dibattito o annuncio che bisognava comprare i biglietti della lotteria, comportava che il gioco del maialino fosse sospeso, altrimenti onestamente nessuno si sarebbe interessato ad altro, e quindi il compagno Giovanni ogni tanto veniva raggiunto da qualche altro compagno dell’organizzazione che lo avvertiva, e lui, sinceramente seccato, concludeva il giro in corso e annunciava la pausa.

Credo che in Piazza Capelvenere, in ogni caso, il gioco del maialino provvedesse a quasi tutta la sottoscrizione che si raccoglieva nei tre lunghi giorni della festa.

L’altra parte importante della sottoscrizione proveniva dalla “Lotteria”; nei primissimi anni mi ricordo che i premi finali erano veramente molto ambiti, visto che prosciutti, formaggi, vino, buoni per la spesa, tutti offerti gentilmente dalla ditta “forno Lana”, erano veramente una cuccagna per molti, diciamo tutti gli abitanti adulti delle casette, ovvero quelli che con qualche sacrificio potevano comprare un biglietto, a volte due, della Lotteria.

Nel tempo, qualche anno dopo, la Festa dell’Unità della sezione di Acilia diventò via via leggermente più ricca di tutto: di eventi, di giochi, di bancarelle e di premi della Lotteria, seguendo di pari passo la contemporanea e strettamente connessa leggera crescita economica di tutto il quartiere; un anno addirittura il primo premio fu un quadro preziosissimo di un compagno pittore di Acilia, autografato e autenticato, e il secondo premio un motorino 50cc della Atala, detto ”Atala 50”, in un altro anno ricordo come primo premio un viaggio per due compagni sposati a Mosca per sette giorni, che meriterebbe un racconto a parte.

Ma in quegli anni il cibo era la vera cuccagna, e contribuiva non poco al successo della lotteria. Tutto era più piccolo, non solo io e gli altri ragazzini delle casette, ma anche i sogni, le aspirazioni, e bastava veramente poco, rispetto a quello a cui si abituarono negli anni a seguire i frequentatori di Feste dell’ Unità, per passare qualche giornata speciale ogni anno.

Sul palco passavano, durante i tre giorni che andavano da un venerdì sera di apertura alla domenica sera di chiusura, in ordine via via crescente di importanza e in un crescendo finemente organizzato: compagni grandi suonatori di fisarmonica, proiezione dei grandi film della gloriosa stagione del verismo italiano, proiezione di grandi film e documentari della gloriosa cinematografia comunista italiana, proiezione di grandi film e documentari della gloriosa cinematografia comunista intenazionale, compagni grandi oratori che approfondivano i temi più attuali della politica, concerto finale di Liscio Romagnolo con la partecipazione straordinaria di qualcuno che aveva una qualche parentela con i Casadei.

Noi eravamo i veri protagonisti della piazzetta in quelle giornate, che erano una pausa in una estate di domeniche sulla spiaggia libera di Ostia, a volte, ma sopratutto di lunghe giornate passate in spazi meno sicuri: le strade aperte al traffico, i cantieri pieni di insidie anche lungo la strada di casa, le marane i fossi le pozze, i cunicoli e le torrette abbandonate dalla seconda guerra mondiale, pericolosi scavi e smottamenti di terra dove organizzare lunghe e sanguinose sassaiole… tutti posti pericolosi e per questo estremamente divertenti dove passavamo, mettendola in gioco allegramente ogni giorno, la nostra vita, tra una Festa dell’Unità e l’altra.

Piazza Capelvenere: la Festa del primo Maggio

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Maggio era un mese particolare, perchè per quelli che dovevano ancora fare la Prima Comunione e andavano al catechismo era il Mese Mariano, che poi seppi significare che era consacrato alla madonna; il mese dei gigli, e soprattutto il mese in cui in classe la suora ti portava il santino della madonna medesima con ai due lati i giorni del mese di maggio, che quando andavi la mattina alla messa delle sette e mezza il prete all’uscita ti bucava il giorno con quella pinza come quelle dei controllori della stefer, che alla stazione bucavano il biglietto che “sennò quando ti controllano a Piramide e non lo hai bucato sono guai”, diceva mia madre in tono estremamente grave e convincente, che ancora oggi controllo sempre istintivamente qualsiasi biglietto che abbia in tasca almeno due volte durante qualsiasi viaggio.

Con la tessera bucata in tutti i giorni di maggio, a giugno si poteva andare in gita con la parrocchia al divinamore, gratis.

Io una volta sono andato a messa tutti i giorni, tranne il primo che mi ero dimenticato per i motivi che ora vedremo, e quindi il prete mi aveva bucato tutti i giorni tranne il primo maggio, e quando alla fine ho presentato la tessera in sagrestia per andare alla gita non mi hanno iscritto, e io ho pensato ma allora perchè non me lo hai detto dal due di maggio che non potevo andare alla gita? A che era servito andare altri 30 giorni a messa alle sette e mezza? Ma dimmi tu! E non ho più fatto la raccolta dei buchi per il mese mariano, e ho covato per molto tempo un gran risentimento per il prete, la suora e in parte anche per la madonna. Anche perchè, diciamoci la verità, il primo era il giorno della “Festa dei Lavoratori”, che era una festa bellissima e di tutti i lavoratori, mentre la madonna aveva altri 30 giorni tutti per lei, potevamo accontentarci tutti e sarebbe stato equo, credo. E invece no, niente gita e allora niente più altri mesi mariani.

Ma la chiesa e la madonna erano lontani,erano per pochi, erano di Acilia Vecchia, mentre la ”Festa del Primo Maggio” era di Acilia, delle casette e della piazzetta, vicina e popolare.

Le intere giornate del 29 e del 30 aprile erano una festa per noi bambini: potevi stare ore ed ore a guardare i compagni che in piazzetta montavano le bancarellle e sopratutto il palco, molto comodo per nascondersi sotto e giocare a nascondino, buzzico rampichino, e in alcuni rari casi con le femmine che facevano che era casa e qualcuno andava a lavorare e tornava ogni tanto mentre loro erano indaffarate con le bambole che avevano problemi di ogni tipo. Poi i compagni si rompevano le palle di tutti i ragazzini che stavano dappertutto e ti cacciavano via, ma dopo un po che stavi addosso alle bancarelle preferivano che tornavi sotto al palco, e il gioco non finiva mai; anzi finiva quando arrivava la corrente sul palco e allora mettevano le coperture su tutti i lati e non si poteva più andare sotto, e allora sapevi che stava per arrivare il 30 a sera, il grande momento della vigilia.

Come spesso accade, il giorno prima di qualcosa di importante è ancora più bello ed eccitante. Con mamma e a volte anche con papà andavamo dopo cena a fare due passi per “vedere che cosa hanno preparato” in piazzetta, e potevamo vedere in realtà le solite cose, ma sopratutto una atmosfera di attesa, di evento, e la cosa fantastica era che alcuni compagni, credo tutti quelli della sezione in realtà, avrebbero passato la notte all’aperto, a fare il turno di sorveglianza per evitare che “quelli” venissero a fare danni, così per dispetto contro la causa dei lavoratori. Questa cosa sembrava pericolosa, e quindi era divertentissima, e io ho sognato per anni di andare a fare prima o poi il “serviziodordine”, mi faceva sentire importante, fiero, forte e difensore di tutti i lavoratori, del palco, della sezione e della piazzetta.

Poi arrivava il giorno del primo di maggio, e nessuno poteva tenere me e tutti i ragazzini delle casette pater (ma alcuni anche di Acilia Vecchia per la verità), che con ogni scusa e maniera, dalla dichiarazione ufficiale “a mà vado in piazzetta”, alle scuse e destinazioni di copertura più svariate (”arrivo al lampione a giocà a giornaletti”, “vado da nonna e torno subito”) alle offerte di servizi vari che comportassero l’allontanarsi da casa per qualsiasi motivo (”vado a prende il pane da tosoni? Il macinato dar macellaro? Il latte ar baretto? La frutta da gordini?”), insomma cercavano in qualsiasi modo di andare e tornare in piazzetta fin dalla mattina, perchè poi era scontato che il pomeriggio e fino all’ora di cena si stazionava in piazzetta, senza sosta e senza scuse che a quel punto non servivano più, data l’alta ufficialità dell’evento.

Lo spettacolo offerto dalla piazzetta era ineccepibile: il palco che aveva alle spalle la porta della sezione che fungeva anche da camerino e deposito per tutto quello che circolava sul palco: microfoni,bandiere, sedie, strumenti, cavi; dietro al palco, sistemato solo la mattina presto, il grande striscione “Festa dei Lavoratori” e sotto “Primo Maggio” e poi l’anno che cambiava ogni anno e di lato grande grande il simbolo del PCI e vicino “Sezione di Acilia Lido Duranti”: c’era tutto, il concetto, l’appartenenza, il giorno e sopratutto questo sfondo azzurro che da qualsiasi punto della piazzetta campeggiava solenne.

Sul lato presunto verde della piazza, sotto agli alberi, le bancarelle, che erano la attrazione principale prima dell’evento del pomeriggio che sarebbe stato sul palco, ma in realtà rimanevano, per noi ragazzini, l’attrazione principale anche durante questo maestoso evento del pomeriggio.

Le bancarelle erano quasi tutte di giocattoli, ed ecco spiegato tutto il movimento durante tutto il giorno; c’erano anche la bancarella della porchetta, quella del croccante e dello zucchero filato e le caramelle a forma di bastone e dei lacci di ligurizia, ma tutte le altre tre o quattro erano di giocattoli.

Ora bisogna dire che la maggior parte di quei giocattoli erano costosissimi per noi delle casette, e sopratutto per noi ragazzini che se non compravamo i pescetti di liquirizia con il resto della spesa ma lo mettevamo diligentemente da parte con il taciuto e nascosto assenso di mamme varie (quando possibile, in realtà di norma si usciva con i cosidetti “soldi contati” accartocciati stretti nella mano da rovesciare alla cassa, oppure si veniva regolarmente ispezionati per i pochi centesimi inguattati in reconditi angoli delle tasche),potevamo ambire a ben poca cosa, detratto un pezzetto di costosissimo croccante.

In pratica escludendo il camioncino di legno, la gru di plastica, i mitici e inarrivabili Plastic City, il lussuoso e favoloso Meccano, il pallone di cuoio, la spada di latta, la pistola con la fodera da cow boy, il cappello da cow boy, le bambole di varie dimensioni, i servizi di piattini di plastica con coltellini cucchiaini e forchettine, escluso tutto questo rimanevano solo: la girandola, i palloncini gonfiati con l’elio, il manganello di plastica, il pallone di plastica e la mitica palla di segatura con l’elastico.

I palloncini erano confinati agli under 6, il pallone di plastica era inutile in una piazza piena dove non si poteva ucciderci cercando di fare goal in improbabili porte, per cui la strada era segnata.

Il manganello di plastica, innocuo all’aquisto, veniva poi sapientemente riempito di terra, diventando un’arma micidiale, ma la palla di segatura con l’elastico era già di per se una arma pronta, altrettanto micidiale e implacabile nelle mani giuste, data la possibilità di colpire a distanza grazie all’elastico che fungeva anche da dispositivo di richiamo della palla stessa una volta sferrato il colpo.

E gran parte della giornata passava in lotte micidiali fra bande di energumeni dotati di manganello modificato e più agili e scattanti guerrieri muniti di palla di segatura con l’elastico. Questa ultima, come tutte le armi sofisticate, a volte soffriva di un difetto intrinseco, dovuto alla delicatezza dell’attacco dell’elastico alla stoffa della palla stessa, che poteva cedere sul più bello, mettendoti nella delicata situazione di dover gestire una riparazione di emergenza mentre subivi i micidiali colpi di manganello riempito di terra che ti facevano soffrire e perdere mano a mano di lucidità. Ma poi, appena riparata la palla, risorgevi con tutti i tuoi bozzi (una volta ho perso un po di sangue da un’orecchia per le botte) e allora gli infingardi ciccioni manganelloditerra muniti fuggivano, inutilmente, mentre tu inseguendoli li colpivi ripetutamente con pallate micidiali sulla schiena, la nuca i lombi, dovunque potessi colpirli, correndo, nella loro figura posteriore in fuga vigliacca.

Ovviamente i compagni del serviziodordine avevano la loro parte nel tutto, e ogni tanto qualche sganassone tentava di riportare l’ordine, o perlomeno cercava di diminuire il chiasso,anche se a volte le nostre fughe costringevano i compagni più giovani a correrci dietro, di fatto aumentando la confusione e il rumore.

Ma la piazzetta aveva una discreta capienza, e bastava spostarsi alla sua periferia per menarsele senza troppi problemi, a parte quelli insiti nella guerra.

Ed era da li, dai bordi della piazzetta, che a un certo punto, stanchi e feriti, sudati come bestie e sporchi di terra, ci si fermava tutti quando all’improvviso la musichetta con i canti eroici della rivoluzione, della resistenza, delle lotte del sindacato e dei lavoratori, venivano interrotte dal segretario della sezione che annunciava l’evento del pomeriggio.

L’evento del pomeriggio non era quasi mai una cosa clamorosa, consisteva in un concerto il più delle volte. E quasi sempre era un concerto di musica romagnola, che determinava l’allontanamento dal centro della piazza di tutti gli indecisi, per far posto a quelli che ballavano, che in quei miei primi anni di esperienza erano la maggior parte. Quell’annuncio, da qualche parte, cominciava a portare nel cuore dei ragazzini una ventata di malinconia, perchè la piazzetta veniva a quel punto consegnata ai grandi, si andava verso sera e tutto stava per compiersi.

Fortunatamente l’annuncio comportava irrimediabilmente anche l’avvertimento che l’evento tanto atteso (da loro) sarebbe stato preceduto dal comizio con dibattito, che ci dava ancora un paio d’ore di zona franca. E noi ragazzini, strappavamo alla piazzetta ancora un paio d’ore di autonomia, lotte, corse, caos, vita, urla, botte, allegria innocente.

L’evento segnava il ricongiungimento tra famiglie, con noi stanchi morti a corredo di adulti che godevano il loro momento di gloria tra valzer, polke, mazurke irrimediabilmente di periferia; la sera si snocciolava poi tra un panino con la porchetta e un bicchiere di vino annacquato, se andava bene, o a casa con la pasta avanzata dal pranzo riscladata in padella, leccornia proletaria e preludio al meritato riposo dei guerrieri della “Festa del Primo Maggio”.

Ma prima di questo, abbandonando la piazzetta per il viaggio di cinque minuti a piedi che mi separava da casetta, guardavo i “compagni della sezione” già al lavoro per smontare tutto, operosi e instancabili, e mi chiedevo cosa fossero loro, visto che lavoravano durante la festa dei lavoratori, e non riuscivo a darmi una risposta coerente.

C’era un senso di dispiacere che fosse già tutto finito.

Ma il giorno dopo iniziava un’altra attesa, quella che portava verso l’evento più eccezionale dell’estate, l’ultimo della triade della piazzetta di ogni anno.

Se la “Festa del primo Maggio” era la prima festa, attesa perchè arrivava dopo un lungo inverno, quella che si preparava per l’estate era la Festa delle Feste, perchè durava almeno tre giorni: era la mitica “Festa dell’ Unità della Sezione di Acilia”.

 

Piazza Capelvenere

Piazzetta

Piazza Capelvenere era la cosidetta “piazzetta”: “ndo vai?” “vado in piazzetta”, o anche “se vedemo in piazzetta stasera?”, oppure quando eri più grande “nun passà in piazzetta, che è mejo” vista la visibiltà che si aveva quando la attraversavi e magari avevi qualcuno che ti cercava per qualche tipo di controversia in corso.

In piazzetta c’erano i portici: “ma ndo cazzo stavi?” “sotto i portici che pioveva, ma nun t’ho visto” oppure “vado ar bar sotto i portici” “portate i sordi che me riporti er latte”.

Sotto ai portici c’erano, in ordine da sinistra a destra: la merceria, la “feramenta de startari”, il “bar de Sirvio”, la “trattoria der buonumore”, il “forno de Lana”, “er macellaro” e la sezione.

Nei primi anni di vita della piazzetta, molti anni prima che nascessi io, a sinistra dei portici c’era anche la chiesa, poi demolita forse perchè era troppo a sinistra.

La sezione, invece, era la sezione del PCI, che quindi stranamente si trovava all’estrema destra. Dei portici, ovviamente.

Fuori dai portici c’era uno spazio presunto verde, in realtà di terra battuta con alberelli sofferenti, piantati chissà quando, e alcuni grandi pini, belli alti e malati, ma belli. Finivano il corredo, girando l’angolo,  altri tre spazi adibiti a negozi, il primo era il “er carzolaro”, poi c’era “startari er biciclettaro” e poi un negozio che è sempre stato abbandonato, e girato l’angolo la finestra sul retro della sezione.

La sezione era un posto incredibile, dove fino a un certo punto della storia trovavi il baretto, che mesceva vino, birra,gazzosa e caramelle, e addirittura un cosidetto bijardino, che più tardi qualcuno chiamava “calcio balilla”. Il baretto della sezione incassava i soldi per la vendita delle bevande, che avevano un costo più basso der baretto sotto ai portici, e il piccolo utile era sottoscrizione, intendendo finanziamento alle attività di altro genere della sezione, ovvero quelle cose serie, la politica diciamo. Una sorta di finanziamento pubblico del partito, diremmo oggi. Il bijardino era tendenzialmente gratis,diciamo che se nun rompevi potevi giocà, se strillavi te levo a pallina e ve ne andate tutti a casa, ecchecazzo.

Er baretto della sezione era sempre aperto, tutti i giorni esclusa la domenica, al pomeriggio, ma a volte anche la mattina, sopratutto il sabato. Ma poi verso sera, quando c’era “l’attività della sezione” ovvero le assemblee, il direttivo, o si preparavano i manifesti, il baretto era chiuso. Ma se volevi una birra ti alzavi anche durante le “attività”, posavi i soldi nel barattolo e ti prendevi la birretta, peroni perlopiù, ma mi sembra anche wuhrer a periodi.

Quando ero piccolo, diciamo verso i miei sette anni, e quindi diciamo verso circa il 1967, la sezione era un posto per cui provavo indifferenza per quasi tutto l’anno, perchè i pescetti di liquirizia e il latte ce li avevano solo al bar dei portici, e sinceramente non sapevo cosa fossero le “attività”; qualche volta che ero passato durante questa liturgia avevo visto tanta gente seduta, qualcuno che parlava, e gli altri che mi sembravano poco divertiti dal tutto, ma addirittura qualche volta avevo sentito litigare, e una volta litigare di brutto, con strilli e agitazione. Non mi interessavano proprio le “attività”.

Ma una volta all’anno ciascuna, tre volte all’anno in tutto, accadevano tre cose per cui la sezione diventava un cosa importantissima, la più importante della piazzetta senza dubbio, ma diciamo importante anche per tutta Acilia.

Acilia era il posto dove ero nato, dove c’era la piazzetta che stava non lontano dalla casetta, che era casa mia, e che si chiamava casetta perchè tutte le casette ma anche la piazzetta erano la zona di Acilia che si chiamava “Casette Pater”, ma che noi chiamavamo Acilia e basta, mentre la parte di Acilia che stava aldilà della Via Del Mare la chiamavamo “Acilia Vecchia”, perchè esisteva da prima delle casette, dove c’era la chiesa e la scuola, e un’altra piazza che poi quando sono diventato grande divenne importante per altri motivi, piazza San Leonardo (da Porto Maurizio).

Quindi noi eravamo di Acilia, e per noi era importante la piazzetta, e per molti di noi la sezione. Per tutti erano importanti, dicevo, tre momenti ogni anno: il “Congresso della Sezione di Acilia”, la “Festa del Primo Maggio a Piazza Capelvenere” e la “Festa dell’Unità della Sezione del PCI di Acilia”, eventi annunciati dai manifesti colorati affissi nello spazio apposito sul muro della sezione appena fuori dai portici.

Dei tre eventi, come si evince anche dal titolo, due erano principalmente legati alla sezione e al partito, uno era di tutti tutti, anche dei pochi che non votavano per il PCI: la cosidetta “Festa del Primo Maggio a Piazza Capelvenere”, più brevemente detta la “Festa dei Lavoratori”.

Il Congresso era un evento caratterizzato da un sabato e una domenica in cui, all’inizio della primavera, la sezione era aperta e sopratutto la domenica mattina c’erano le sedie fino a fuori la sezione, sotto i portici, e per andare a comprare il latte e i pescetti di liquirizia dovevi fare il giro largo, non potevi passare diretto sotto i portici. Come appresi meglio in seguito, al Congresso partecipava anche un “compagno della federazione” che ascoltava e interveniva raramente,prendeva appunti e poi faceva il discorso finale, appunto la domenica mattina a chiusura del Congresso.

Il “compagno della federazione” era un personaggio di rilievo rispetto a quelli della sezione, e lo capivi appunto dalle sedie sotto i portici e dal silenzio che si faceva quando lui pronunciava il “discorso di chiusura”, dal suo tono calmo, la voce forte ma calda e la qualità delle parole. Sbirciando poi vedevo che parlava disinvolto, come fosse in un film, guardava raramente un foglietto che teneva in una mano e aveva una parola per tutti, una risposta per ogni domanda che gli era stata posta e non si dimenticava di nessuno.

Alla fine del discorso del “compagno della federazione”, tanti applausi, la gente andava a casa per le fettuccine e il resto, le sedie tornavano in sezione e la sezione veniva chiusa.

Ma il fatto che fosse finito il Congresso era una cosa per me importantissima, ed ero eccitatissimo; era il preludio agli altri due eventi. Infatti durante il congresso si facevano anche i conti di quanto era stato raccolto con i soldi che venivano dal baretto, dalle tessere e dalla “diffusione dell’ Unità”, e a seconda di come era andata si stabiliva il programma della “Festa del Primo Maggio” e della successiva “Festa dell’ Unità”.

Il periodo che va dal Congresso alla “Festa del Primo Maggio” per me era un bellissimo periodo di attesa, e ogni sabato e domenica aveva un sapore tutto particolare passare in piazzetta e sbirciare nella sezione per vedere cosa stessero preparando, per cui insistevo sempre a farmi dare i soldi e andare io a prendere la carne dar macellaro, o il latte (e i pescetti di liquirizia che erano trattenuti al posto del resto).

Poi era primavera, la piazzetta era inondata dal sole, e sulla via del mare passavano tante macchine che andavano appunto al mare, e con Fortunato andavamo a vedere se passava qualche macchina nuova, e fino a che numero erano arrivate le targhe, che facevamo anche a gara a chi vedeva i primi due numeri più alti, e lui era sempre in vantaggio; tipo io una volta ero appena arrivato a 6 “A7” che lui aveva già visto un “A9” e 12 “A8”.

Ma era una grande gioia, la scuola stava per finire, le macchine erano tante e tante erano nuove nuove, si stava bene con la maglietta corta e stava per arrivare la “Festa del Primo Maggio”!!

Il Domani che aggiusta tutto

Questo è l’inizio di uno dei capitoli del libro che sto scrivendo.

L’intero libro parla della storia che potrebbe essere di mia madre, e infatti lo è. Anzi lo è stata: poco più di due anni fa ha terminato, almeno per ora, la sua storia in questo pianeta.

Ma non è terminata la mia storia, non ancora, e io sono anche una parte di Lei, quella parte che mi ha lasciato dentro, nel bene e nel male.

Sto scrivendo questo libretto con molto amore e con molta fatica, che non sono uno Scrittore.

Ma sono un Figlio, il figlio di Teresa, che amava la sua storia sofferta, che amava raccontarla, come io oggi amo lei e la sua storia, che spesso è la mia. 

In questo capitolo si parla di un Sogno, piccolo ingenuo e romantico, e di una lotta tra il sogno di una vita e una vita che sembra senza speranze. 

TeresaOggiDomani

Roma, Settembre 1939

Il domani che aggiusta tutto, non arrivò tanto presto.

Arrivò prima il domani uguale a tutti i giorni; il domani che bisogna spettare stasera per sapere qualcosa, hai visto mai qualcuno passa con un messaggio, papà si lascia sfuggire qualcosa a mezza bocca, mamma che dice qualcosa alle gemelle…ma niente.

O il domani che domani è venerdì, allora guardi fuori dalla finestra, che passa lui, o perlomeno qualcuno che sa qualcosa, che viene a dirmi che passerà più tardi, o domani! E il domani diventa Sabato mattina, e mentre pulisci e smerdi il gallinaro, lavi I panni alla bagnarola di zinco, fai da mangiare, lavi le pentole, pulisci casa, raccogli I panni, giusto il tempo che il domani diventa Domenica, e accade tutto come fosse il Sabato o il venerdì, e poi arriva la sera della Domenica e il domani diventa lunedì e così via…

Sai, una vita a volte non ha nemmeno il tempo di svolgersi, e già è passata attraverso mille sogni: io volevo fare la crocerossina!

Quello era il mio sogno più grande, e mi vedevo con la cuffietta in testa, il giacchettino di lana azzurro sopra il camice bianchissimo, e le scarpe bianche perfettamente pulite, girare per le corsie dove I malati mi salutavano ed erano felici che passava Teresina. Era un sogno semplice, niente altro, ma anche a 16 anni mi guardavo attorno e vedevo quella miseria, e soprattutto nessuno che pensava “adesso passa Teresina,quanto è brava”, nemmeno mia madre, figuriamoci mio padre, e che ti aspetti dal resto della famiglia.

Ero un’ombra, era un caso strano che ci fossi, era tutto dovuto, era un dovere essere li a fare tutto quello che mi toccava fare, da mattina a sera, senza speranza, manco studiare valeva la pena per me, le gemelle erano ignoranti come la cacca, quindi io ero uguale secondo loro, nessuno si chiedeva se fossi diversa; un’ombra non fa nemmeno ombra, chi la vede?

La vita sembrava fosse una cosa obbligata, nasci e già tutto è deciso, senza sorprese.

Anche mamma, che cosa era viva a fare? Per fare figli, e per essere moglie a un uomo. E Papà che era vivo a fare? Per lavorare, sempre poco che c’era la crisi, e per bere, sempre molto che c’era tempo per il vino, anche solo per quello.

Non avevano nulla, e non avevano nulla da dare, solo rabbia, e quella ne davano tanta in giro, gratis. Sopratutto non avevano speranza, e ti toglievano la tua speranza a ogni respiro. Se facevi una domanda, era già una domanda di troppo; se tutto è inutile, qualsiasi cosa tu sogni, o semplicemente vorresti fare, è una cosa inutile.

E se proprio hai un qualcosa dentro, una convinzione, sei addirittura sfrontata, dai fastidio; essere vivi, avere una speranza, è impossibile in un mondo senza vita, senza speranze, dove non ci si chiede mai perchè sei lì, che senso ha arrivare a domani, a qualsiasi domani.

Il domani che arriva è solo un altro domani che ti separa da un qualcosa che non ha senso e che arriverà prima o poi, ma non è nulla di buono; non è un domani, è la fine di tutto.

E allora gli sguardi si spengono, l’intelligenza che è pericolosa viene scacciata, o fugge via da sola se sei più fortunata. Mi guardavo intorno mentre mi addormentavo ogni sera, e vedevo mia madre che piegava I panni, le mie sorelle che si pettinavano prima di mettersi a letto, I più piccoli che dormivano…nessuno aspettava nulla, tutti facevano quello che andava fatto, nulla di importante, e niente più.

Io avevo un sogno, piccolo piccolo, ma in mezzo a quel deserto era una cosa enorme, e un dolore enorme perchè non capivo proprio come avrei mai potuto raggiungerlo.

Lo sguardo di mamma diceva “quando cresci poi ti accorgi”, era una minaccia silenziosa la sua rassegnazione.

Lo sguardo di mio padre, liquido e rincoglionito, diceva “non ti azzardare a fare qualcosa di diverso, qui sei nata e qui devi stare finchè…” e il resto manco aveva un senso.

Lo sguardo delle mie sorelle, se e quando avevano un pensiero, diceva “non ti azzardare a fare qualcosa, qualsiasi cosa; prima tocca a noi”.

E io, con chi potevo parlare del mio sogno? Con chi potevo parlare che non mi azzittisse, che ascoltasse?

Io avevo un sogno, piccolo piccolo, ma lì, in quella casa non potevo proprio fare nulla; avere un sogno non basta, ero nata lì e non c’era nulla da fare, o meglio: quello era tutto quello che c’era da fare.

Ecco: Quinto mi sembrava qualcosa che non avrei mai sperato, e aspettavo di rivederlo perchè mi sembrava una cosa possibile, un qualcosa che sapeva di vita, qualcosa che mi poteva accadere e che non fosse solo una bronchite, o solamente spezzarsi la schiena e poi mettersi a dormire, o solo un domani che non sai più che giorno sia… tutto sommato era un altro sogno, ma non era una cosa solo nella mia testa.

Avevamo ballato assieme, sapevo che era vero, che esisteva e che sapeva dove ero. Questa era veramente una cosa importantissima: sapeva che c’ero, sapeva chi ero, ero sicura che si ricordasse di me!

Cose Da Dire

kolorkami

Milioni di persone oggi hanno la possibilità di fare quello che sto facendo io ora: scrivere e pubblicare su una pagina web qualcosa.

Per quello che mi riguarda, so benissimo che, per una serie di motivi storici sociologici e di mancanza di tempo (abbiamo irrimediabilmente sempre altro da fare), lo scritto sul web non può che essere corto, conciso, stringato; e deve essere accattivante, trasmettere in modo efficace, e per questo magari scritto con parole in grassetto qua e là, in modo da suggerire un sunto di quello che si propone.

Per esempio nel paragrafo precedente potrei aver messo in grassetto le parole:

“scritto web corto stringato accattivante efficace sunto”

Molti amici mi ringrazierebbero per questo.

Ma non voglio comunicare in modo efficace, voglio tentare un esperimento difficile: voglio raccontare.

Perchè sono vivo, e ho delle Cose Da Dire.